Le Ocarine

quando chi scrive è un'oca


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Uno come te

Si erano incontrati vent’anni fa. Al terzo anno d’università a Milano, Lui era andato negli States per un periodo di studi. Lì l’aveva conosciuta. Racconta che fu un colpo di fulmine.  Al suo ritorno in Italia, fecero di tutto per rimanere in contatto. Lunghe telefonate fino in America dalle cabine a gettoni che aveva imparato a truffare con un semplice trucchetto. Poi lei arrivò qui in Italia per ricambiare con un anno di studi a Firenze, durante il quale continuò la loro storia. Finita l’università, si sposarono, un matrimonio in spiaggia con la torta che si sciolse prima del tempo. Lui si trasferì in America, dove rimasero per una decina d’anni, viaggiando spesso.

Quando pensarono di metter su famiglia, tornarono in Italia. Di lì a qualche anno ancora, nacquero due bambini. Due maschietti uno di seguito all’altro, l’orgoglio del papà dal quale avevano preso gli occhi: vispi e furbetti il primo, dolci e timidi il secondo, mentre il sorriso doveva sicuramente essere della mamma.

E anche con i bimbi viaggiavano molto. Viaggiava la famiglia ogni week end, ogni ponte, ogni santo, ogni anno. Viaggiava lui tutte le settimane per lavoro.

Mancava forse un cane affinché il ricamo della casa a schiera in collina fosse perfetto. In compenso, c’era la vista mare e la vicina petulante.

I due ancora si amavano, o almeno così pareva. Lei gli faceva ancora scenate di gelosia per gli sguardi verso la cameriera al ristorante, e lui la desiderava ancora. Facevano l’amore alla perfezione, con una sincronia perfetta. Incredibile, invidiabile dopo oltre vent’anni di letto condiviso.

C’era solo un piccolo neo. Una questione da poco. Un’inezia, una trascuratezza.

Erano una coppia da oltre due decenni e dallo stesso tempo lui la tradiva. L’aveva sempre fatto, fin da subito, in ogni luogo fuorché sul lavoro, dove era un serio e irreprensibile capo. O meglio, non l’aveva tradita al massimo per tre mesi durante i quali chissà cosa era successo.

Il problema stava nel fatto che a lui piacevano le donne. Era poligamo, da sempre, così egli diceva. Ormai si era arreso alla sua natura. Non ne aveva mai avuta una sola. E solo una, oltre sua moglie. In ogni paese d’Italia o all’estero, aveva trovato una donna con cui scambiare due parole e far sesso. Una o più d’una. Non era difficile piacergli, bastava avere un bel viso, un bel paio di labbra e una buona intelligenza. Leggere e ascoltare. Le preferiva bionde alla Michelle Pfeiffer, sebbene non avesse mai fatto discriminazioni.

A lui piacevano le donne. E gli piaceva baciarle iniziando dalle mani strette sul viso, fino a farle scendere sui fianchi e poi poggiarle su un bel culo. Non c’era cosa che lo soddisfacesse di più. Cercava ancora la passione, cercava ancora quella che al primo sguardo gli facesse andare il sangue al cervello e alzare la voglia di finirci a letto. L’aveva fatto un paio di volte con due donne nello stesso momento, l’aveva fatto bendato, l’aveva fatto dopo essere stato conteso da due cugine in un bar spagnolo, l’aveva anche fatto con quell’inglese che gli aveva morso l’orecchio o con quella danese con cui non so cosa fosse successo. L’aveva fatto…

Lui era una gran puttana, non una di quelle che lo fanno per necessità, ma di quelle che lo fanno per vizio. Abbottonate, ma subito calde. Timide, ma voraci. Ammestierate di natura. Di quelle che sanno anche regalarti allegria. Era frizzante a modo suo, ti faceva ridere e aveva sempre la battuta pronta o la storia da raccontare, le parole da intrecciare sul nulla, la curiosità da aizzare. Bastava però guardarlo negli occhi per capire quando c’era e quando era altrove, e se in quel momento si stesse divertendo o annoiando.

Era proprio una maestosa puttana, di quelle senza giudizio e senza condanna. Di quelle che non si fa dove inizia la storia e dove finisce la bugia. Di quelle che in un’unica notte raccontano tutta la loro vita, e non sai fin quando ci saranno, ma poi ti mancano quando chiudono il gioco. Una gran puttana che a volte si perdeva in domande stupide e meschine, a volte era stranamente fragile, altre aveva una paura bigotta e ovvia.

Così andava, anche ora a pochi minuti dal suo compleanno.

M P

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Levante

Qui dove vivo c’è un silenzio che è un peccato sciuparlo e non sembra neanche di essere in città. Il sabato pomeriggio d’estate è proprio quiete, il sole picchia forte sui muri e l’unica cosa possibile è aspettare che la luce cali, ma non l’afa perché quella resta fino al primo autunno per diventare nebbia. E così, arriva anche la mezza stagione che, a quanto pare da questi giorni, esiste ancora. Il cielo è diventato grigio, lo sarà per molti mesi, ma l’aria non scotta più e non punge ancora.

Ieri sera mi servivano degli aghi e del caffè e sono andata in centro. Le mercerie stanno scomparendo, ho constatato l’evidenza di come sia sempre più raro trovarne una. Uno di quei bei posti con le pareti piene di scatole di bottoni, con le applicazioni sotto il vetro dei lunghi tavoli e quell’aria da negozio in cui vai perché sai quello che ti serve. Cercavo degli aghi da cucito per piccoli rammendi, quelli nella confezione arancione di plastica trasparente, con il tappo bianco, come li aveva mia madre. Pare che non li facciano più. Ma non è un dramma, solo un cambiamento minimo. Di fretta poi, tagliando la gente che passeggiava perché il parcheggio sarebbe scaduto, sono andata dalla “Messicana” a prendere il caffè. E la cosa mi ha riempito d’orgoglio. Il caffè in grani macinato per moka. Un’abitudine vecchia quella della torrefazione. Vecchia e costosa, ma dall’aroma profumatissimo.

Ieri la città era piena di famiglie, o il mio sguardo cadeva su loro. Giovani coppie con pargoli di pochi anni, sempre nel numero di due, alcuni sul passeggino altri sgambettanti per strada e urlanti della loro ultima visione: i pompieri con i camion. Poi c’erano i pancioni di chi, stanca, si era seduta vicino alla prima panchina, quella dopo il negozio di saponi; e quell’altro della ragazza vestita di nero e jeans, con il classico abbigliamento pre-maman. Ieri sera poi, intorno alle diciannove, c’erano anche i giovani in giro e cercavano un posto in cui combinare la serata. C’erano pure coppie di amiche in giro per le vie, alcune molto in tiro, senza far conto dell’età: pied de poule con sopracciglia rifatte su una piazza di rughe o sguardo imbronciato e taglia 38 e tacco altissimo sul selciato. Giacche scintillanti, pance piatte, scarpe fuori stagione.

L’apparenza ruba sempre rispetto allo stato effettivo delle cose, e sotto i portici, così come per le vie più chic di questa città, in cui ogni week end non si fa altro che mangiare, le persone sembrano serene. Di quella serenità che ti verrebbe voglia di fregare, o di quella mano sulla spalla che, accidenti, se non ti manca ora.

Ho poi notato che i single sono strani esseri che dalla loro condizione fanno molta fatica a uscire. Si addobba il silenzio e la solitudine con visioni, rumori, musica, suoni, appuntamenti culturali, aghi e caffè, viaggi, contatti, disperazione e motivi per andare avanti. Si è in costante difesa, diffidenti e restii a concedere fiducia. Termini quest’ultimi tra loro abbastanza simili nella scelta delle lettere che li compongono.

Sto cercando la discriminante che passa tra chi è solo per davvero e chi solo non ci sa proprio stare.

La scorsa estate, in una delle tante sere calde e piene di pensieri, un tizio, che non saprei come meglio identificare, mi aveva fatto conoscere questa canzone.

Prima di scoppiare a ridere per il testo, è passata una nottata e diversi ascolti: il mattino dopo, sull’autobus che mi portava a lavoro ho iniziato a ridere. E siccome mi piaceva il testo, soprattutto nel ritornello, quel tizio mi ha anche girato il file in mp3 cosicché io potessi cantarla più o meno ovunque. E dall’autobus è passata al lettore dell’auto. E’ sciocca, comune e simpatica da cantare in auto o la domenica mattina mentre prepari il sugo. E la trovavo perfetta per il mio carattere e modo di vedere il mondo che, a quanto pare non è una visione esclusiva, ma una prospettiva comune. E la trovavo perfetta perché era in buona sintonia con il modo del tizio che me l’ha fatta conoscere.

L’unica differenza con il testo è che io mi sono tagliata i capelli da sola per davvero da piccina, in uno dei molti casi di ribellione, che oggi diventa attacco preventivo a ogni contatto.

Il nuovo singolo di Levante è quest’altro.

O certo, non sono dei testi pregni di significato struggente, criptico, denso di sentimenti non detti, e di colpi al sentire più profondo. Sono prime melodie di chi ci prova, come fece qualcuno tempo addietro con le tre cose (il sole, il cuore e l’amore o in alternativa il malaffare, la pizza, le cose che cambiano per non cambiare mai). E so bene che di talenti musicali inespressi e senza un’etichetta è pieno il mondo, così come di romanzieri dai cassetti strabordanti di libri eccellenti. Il fatto è che la competenza non fa rima con opportunità.

Ho scoperto ieri che i single ascoltano anche la stessa musica, vedendo i Depeche Mode su una mensola pochi minuti dopo il mio ultimo ascolto in auto. Ho notato che i single tali rimangono se lo stato in cui sono è voluto o ormai acquisito, o di comodo, anche se sono a letto insieme i single sono sempre tali. E i Depeche Mode stanno vendendo molto, forse più di Levante.

(G) A B


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Vagheggiamenti domenicali di una single.

Tutto è iniziato domenica mattina quando, dopo aver fatto colazione con la calma del dì di festa, ho seguito un documentario in tv. Pare che tra cinquant’anni non ci sarà più nulla in mare da pescare, a meno di non fare porzioni infinitesimali del mostro di Loch Ness – arreso e spiaggiato – da dividere, come novelli avventori allo spettacolo miracoloso della moltiplicazione dei pesci (o mostri di fantasia), tra tutti i miliardi di persone che saremo allora.

Sembra anche che per la stessa data, Capitan Findus venderà a peso d’oro il baccalà e il merluzzo di cui sta facendo incetta. In poche parole, così come si stanno (stanno chi?) rovinando i suoli e la vegetazione, l’aria e i corsi d’acqua e tutte le altre risorse del pianeta, sorte analoga è riservata anche al mare che diventerà un deserto inabitato e sterile. Continua a leggere


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Vacuum

Il Vacuum system è una tecnologia per cui il vuoto creato è disfatto per mezzo di una valvola e al suo posto passa altra materia: dallo stampaggio di materie plastiche allo smaltimento dei reflui zootecnici. Entra l’aria escono le feci suine, esce l’aria entra la colata plastica. Sostituzione dello spazio per via di un vuoto di pressione che spinge le materie in gioco a spostarsi.

Ma questa è già alta filosofia tecnica e tecnologica. Un modo elementare, quindi sintetico, per spiegare un processo controllato. Continua a leggere


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Intorno all’uso

Intorno alle relazioni, io non c’ho mai capito molto. Appena credi di aver fissato un tipo di comportamento, di rapporto, le cose cambiano, la situazione si capovolge. La saccentella o la psicologa di qualche rivista moderna direbbe che non ho sotto controllo tutta la situazione. Che mi sfugge qualcosa di evidente. Direbbe ella con gli occhiali in punta di naso e lo sguardo serio e inutile. Continua a leggere


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Cercasi buon senso contemporaneo (per farne a meno)

Questo è un esercizio pratico dove la pretesa di buon senso è solo un trucchetto da tre righe per invogliare il lettore a partecipare. E il problema è abbastanza ovvio, ma come tale porta ad infinite soluzioni di cui nessuna giusta né per logica aprioristica, né per logica deduzione dei fatti compiuti.

Parole che non hanno detto nulla. Rendiamole semplici. Continua a leggere


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Estate

Un aereo si abbassa di quota per atterrare nella prossima città. La vicina del terzo piano lava i piatti e, dalla finestra del piano di sotto, spunta un uomo che indossa solo la maglietta con il logo di superman, il borsellino a tracolla e lo spazzolino da denti in bocca. Fissa ebete la tv nel lavarsi i denti.

Sull’affaccio opposto, una giovane coppia da tutta l’estate prepara la cena davanti alla finestra. Più in basso, un uomo e una donna leggono seduti  sul loro balcone di tre metri per uno e mezzo.

Finiscono le storie lunghe anni, proprio come finiscono quei legami che storie non sono. Finisce la voglia di scopare senza sentimento perché per far godere una donna bisogna volerla. Finisce l’idillio dell’amore perfetto altrui quando senti che un figlio vale un’auto. O mentre ti educano alla perfetta teoria dei figli fatti per amore stando a letto con colei che non è la madre della tua progenie, colei che amore non è dal momento in cui le sei entrato dentro. Finisce l’idea che l’amore non faccia dimagrire una cinquantenne persa del suo collega più giovane di dieci anni, incontrato clandestinamente il materdì e il venerdì pomeriggio.

Zoppica, barcolla e si improvvisa ogni giorno il pensiero di un bene che faccia star bene. Perché il bene voluto agli altri, a volte è solo un complemento di specificazione dell’ego. Ti-amo-e-ti-compongo-una-canzone. Ma non so che faccia tu abbia e poco importa se non ti rispecchi nelle mie parole. Voglio-qualcuno-che-si-curi-di-me. E non ti accorgi delle cure che ricevi perché quel bene che hai attorno non ti sazia.  Ed è scontato, gratuito certo.

E poi vai avanti cercando quel pensiero nuovo, quel progetto di vita che t’allevi dall’afa di città.

Non sono andata a trovar colui che per me ha scritto una canzone. Non ci sono andata perché cantava l’amore, pregava una madonna che non ero io. Cantava di una che non riconoscevo nelle sue parole. E perché quel bene non arrivava come tale.

Domani è venerdì, la relazione online con M.  si chiuderà come un parcheggio occupato solo nei giorni feriali, sperando che prima o poi qualcuno mi prepari la cena mentre torno a casa.

(G) A B